domenica 30 gennaio 2011

“IL PARADISO INCOMINCIA DALL'AMORE CHE NOI SAREMO CAPACI DI VOLERCI QUI SULLA TERRA”

Nelle brume della pianura una distesa di granoturco, i salici lungo un canale gorgogliante, i campi coltivati e, in sottofondo, i canti dei contadini. Si apre con queste semplici immagini suggestive “L’albero degli zoccoli”, il capolavoro di Ermanno Olmi che gli valse nel 1978 la Palma d’oro al festival di Cannes e, l’anno successivo, il David di Donatello e 5 Nastri d’Argento.

La pellicola è ambientata a Palosco, nella campagna bergamasca, ed è interpretata da contadini e gente del luogo che non avevano mai visto una camera da presa e che si esprimono solo nel proprio dialetto locale (il film è sottotitolato in italiano). Spesso ci chiediamo come doveva essere la vita dei nostri avi quando non c’erano il telefono, la televisione, l’elettricità e l’acqua corrente. Ebbene, nel film di Olmi troviamo una descrizione fedele e precisa di una vita che oggi pare lontana anni luce. Eppure, parliamo di poco più di cent’anni fa.

Ambientato negli ultimi anni del XIX secolo, il film narra un mondo che si è tramandato immutato di generazione in generazione e che, con qualche minima variazione, potrebbe benissimo descrivere la vita nell’alto medioevo o nell’antica Roma. Il ritmo degli eventi scorre lentamente come le acque del fiume che portano la giovane coppia a Milano dove, nella grande città sconosciuta, rimarranno stupiti di fronte agli scontri e alle proteste popolari che non capiscono. Un mondo fatto di silenzi scanditi dai ritmi naturali del sole e delle stagioni, dove gli unici suoni sono quelli della natura, sono le voci delle persone, degli animali e del duro lavoro quotidiano. Sì, perché la vita descritta da Olmi è una vita di fatiche, di dolori e di incertezza sul futuro. Una vita che da un giorno all’altro può essere sconvolta dalla malattia di una bestia da soma o dal maltempo.

Una vita forse grama ai nostri occhi, abituati come siamo a desiderare sempre più di ciò che abbiamo. Eppure, la vita ritratta da Olmi è piena di una dignità temprata proprio dalle difficoltà, una vita figlia della consapevolezza e dell’accettazione del dolore e dell’insicurezza. La fame, la morte e la mancanza erano perennemente dietro l’angolo, quasi fossero inevitabili membri di famiglia. Da qui possiamo anche percepire l’importanza che allora aveva per le persone il sentimento religioso: la preghiera era vissuta pubblicamente come rito collettivo di socialità e di coesione della famiglia e, privatamente, come ultima istanza di salvezza.

L’uomo moderno ripudia Dio, sicuro di poter domare il mondo con la scienza e la tecnologia, ma Olmi ci restituisce, invece, un uomo fragile, la cui esistenza è sempre in bilico tra eventi che non può controllare e dove il sentimento religioso appare come un logico e comprensibile anelito di serenità e di pace. Commovente, in questo senso, la scena della donna che, disperata dalla prospettiva di perdere la sua mucca malata, per salvarla le dà da bere dell’acqua di fiume che ha benedetto in una chiesetta con un rito tra il sacro e il pagano.

La mucca guarisce. Non ci è dato di sapere se per caso o per intercessione divina, ma quel che sappiamo è che per quella donna il sentimento religioso è certamente qualcosa di concreto e tangibile: ella ringrazierà a lungo la Madonna cui si era votata.

È un mondo dove la perenne indigenza ricordava ai contadini che c’era sempre qualcuno che stava peggio di loro e che era cosa buona e giusta condividere qualcosa, anche poco, con gli ultimi degli ultimi, come fanno i protagonisti con il mendicante Giopa. Offrirgli una ciotola con un po’ di polenta è un gesto di vera religiosità, semplice, genuina, sentita come un dovere di umanità, prima ancora che come un obbligo dettato dalla religione.

Toccante anche la scena dell’innamoramento tra Stefano e Maddalena. Tanto è il rispetto per la giovane ragazza che Stefano, la prima volta che si avvicina a lei, le chiederà addirittura il permesso di salutarla. Dopo un lungo e silenzioso corteggiamento fatto di sguardi e di desideri non detti, i due giovani contadini si sposeranno e, altro atto di carità, adotteranno, su richiesta di una parente suora, il piccolo Giovanni Battista. E così, nonostante la povertà e le difficoltà, la vita andrà avanti.

Dall’altra parte del ciclo vitale, il nonno Anselmo, che non può più lavorare nei campi, è comunque utile ad una comunità povera che non si può permettere sprechi: aiuta la famiglia tenendo i bambini, che lo amano tantissimo, cui tramanda con filastrocche e proverbi la tradizione e la cultura popolari.


Sentiamo spesso parlare di ritorno alla frugalità e ai valori di un tempo, di vita più semplice e più lenta. Internet e le librerie sono piene di manuali che, complici essi stessi dello stesso perverso meccanismo consumistico, vorrebbero insegnarci come vivere più felici con meno. Ma sarebbe sin troppo facile e scontato rimpiangere questo mondo antico. Ben pochi di noi, in realtà, avrebbero davvero la forza di tornare, se non vi fossero costretti, a quella vita di fatiche e, d’altra parte, sarebbe da sciocchi e da ingrati non apprezzare tutte le comodità grazie alle quali possiamo vivere una vita più lunga, più sana e intellettualmente più stimolante e appagante.

Questo film, trentatre anni dopo, sembra, allora, particolarmente appropriato per questi tempi dove l’etica e la moralità dei comportamenti sembrano essersi ridotti a una mera questione di legalità, dove l’enorme arricchimento di pochi, conseguito a scapito di tanti, ci inculca un modello di vita abbagliato dal sogno di una facile ricchezza, dove il lavoro, onesto e faticoso, viene disprezzato e soccombe al gioco elettronico d’azzardo della guida spericolata di capitali finanziari spietati che assurgono al ruolo di successo da lodare e da imitare.

In questo mondo, dove giovani ragazze senza speranze vengono trovate con banconote troppo grosse per le loro piccole vite, un film come quello di Olmi pone un freno a questa folle corsa e ci riporta con i piedi per terra. In maniera semplice, umile e con una commovente profondità fatta di emozioni e di speranze silenziose Olmi tocca nel profondo i nostri cuori con la rappresentazione di vite povere ma felici di uomini e donne affaticati da un’esistenza difficile, eppure orgogliosi della propria dignità e delle proprie tradizioni.

Insomma, “L’albero degli zoccoli” è un film di rara bellezza che ho scoperto solo adesso e che ha provocato in me una profonda impressione. Un film importante il cui messaggio senza tempo oggi, quando è grande lo smarrimento della società, andrebbe sicuramente riproposto al grande pubblico nella speranza che induca nelle persone qualche seria riflessione. In fondo, l’Arte, quella che provoca in noi delle emozioni vere, dovrebbe servire anche a questo.

Andreas Pieralli

Scrittore

http://andreaspieralli.blogspot.com

ODI ET AMO

Il cuore gli batteva fortissimo, come se avesse un martello pneumatico dentro la cassa toracica. Intorno a sé non vedeva nessuno, eppure era nervoso. Continuava a camminare in circolo nel dedalo delle viuzze della città di vecchia di Praga, attraversando nella notte più e più volte gli stessi angoli e gli stessi incroci. Sapeva bene che più si tratteneva fuori e maggiore era il rischio che qualcuno si accorgesse di lui, ma non riusciva a decidersi...

Può l'Amore portare la Morte? Odi et amo, l'ultimo racconto di Vlfvs. Per scaricare il pdf clicca qui.

venerdì 15 ottobre 2010

LIETO E SILENTE

E' un silenzio santo, quello della bianca ovatta che morbida e nevosa lenta si dipana sulla terra letargica. Non vedo né sento altro che questo freddo e silente discendere di impalpabili fiocchi, messaggi perfetti di un mondo che non c'è. E lieto mi perdo nel quieto incanto, mentre silente e lento volteggio tra questa danza morbida e ovattata che del mondo ha solo un flebile e fatua suono.

domenica 22 agosto 2010

LA BENEDIZIONE MALEDETTA

Quando uscii all'aperto insieme a lei un sole brillante mi accecò di oro ardente, nelle vene la vita mi fluiva come ferro fuso e in un attimo seppi che il tempo e lo spazio e la terra e il cielo erano uno solo.

La guardai e lei guardò me. Nell'istante in cui i nostri occhi si incontrarono sentii una scintilla, l'incastro perfetto di due energie eguali ed opposte, come due magneti invisibili, destinati a cercarsi ma condannati a fuggirsi. Benedetti dall'Amore, ma maledetti dall'Odio.

giovedì 12 agosto 2010

ZENITH

Un sole giallo e accecante mi svegliò. Non avrei saputo dire dove mi trovavo esattamente, né che giorno fosse. Dalla canicola ardente che soffocò il mio corpo non appena ripresi conoscenza avrei potuto dire che si stava avvicinando il meriggio. Fuori il vento soffiava deciso, i legni marciscenti della baracca di pescatori dove mi trovavo sbattevano contro le pareti insicure, sembrava che da un momento all’altro tutto dovesse venire giù. A fatica mi tirai su dal giaciglio di paglia secca e stracci sul quale ero disteso, mi facevano male tutti i muscoli. In una fessura lucente tra due legni antichi posi il mio occhio riluttante alla luce e vidi un’immensa spiaggia splendente di bianco. Sulla destra onde azzurre e spumeggianti si infrangevano sulla sabbia. Tornai a distendermi e rimasi così per non so quanto tempo: fermo, semicosciente, inerte.

Leggi tutto il racconto: ZENITH

sabato 31 luglio 2010

FRATELLI E SORELLE DI UNA GRANDE FAMIGLIA CHE NON MORIRA' MAI

Notte. Scura e buia come tutte le notti. Le luci giallognole creano piccole oasi luminose per gli insonni figli dell'uomo. In un vecchio tram praghese torno verso l'agognato ovile, caldo e accogliente, e guardo impudente i miei compagni di viaggio: facce stanche e assonnate, qualcuno ha ceduto a Morfeo e ciondola in disperata ricerca di comodità.
Osservo i loro volti provati dalle ore piccole, l'alcool li ha reso meditabondi. E' venerdì, sono rilassati, domani dormiranno e si prenderanno la loro piccola rivincita sulla vita.
Li osservo e mi chiedo chi siano, da dove vengano, perché quelle rughe su fronti così giovani? Cosa o chi li tormenta? Quali storie nascondono?
Siamo fermi. Dalle porte aperte esalano effluvi estivi dei fiori di qualche albero da frutto e colorano l'aria di profumi gustosi. Mentre in questo profumo cerco una guida mi chiedo se anche nel verde della Natura ci sentiremmo così soli ed isolati. Mi chiedo se esista una medicina a questa a condanna che chiamiamo solitudine.
Si dice che l'Amore e l'unione di due anime, maschile e femminile, sia la panacea definitiva. La sintesi finale che rimedia alla divisione del grande spirito e io in questo nirvana mistico, riscatto e premio degli infelici, credo davvero, ma qua non lo vedo. Sarò cieco, sordo e testardo, ma vicino a me vedo solo spauriti occhi in cerca di sicurezza.
Sì, lo so, la gelosia è debolezza ed insicurezza, ma quando mi guardo intorno e vedo queste facce smarrite, allora capisco che forse la gelosia altro non è che un modo infantile di dire ti amo e ti voglio vicino a me perché perderti mi farebbe male. Quando nel silenzio sento questo, allora ho pietà di loro e di me, quasi mi commuovo alle loro e alle mie piccole miserie e penso che in fondo, quello che conta davvero, è che siamo tutti uomini, fratelli e sorelle di una grande famiglia che non morirà mai perché il suo nome è la Vita.

domenica 18 luglio 2010

RITMO TRIBALE, RITMO VITALE

Che cosa ci tiene saldamente ancorati alla Vita? Quali sono le cose che fano di noi delle creature che realmente vivono? La civiltà moderna ci ha circondato di cose superflue, di cose inutili che ci distraggono, ci rimbabiscono e, soprattutto, ci impediscono di guardare in faccia la realtà, di vedere lo scempio che pochi loschi figuri, i veri detentori del potere economico, stanno portanto avanti ai danni nostri e delle future generazioni.
Allora non rimane che guardare indietro, sempre più lontano nel tempo, per ritrovare quelle cose, quei punti fermi, che ci hanno accompagnato per millenni e che come tali fanno indissolubilmente parte del nostro patrimonio più vero di esseri viventi.
Le emozioni, i rapporti sociali, il cibo, il sesso, la prole...e il ballo! Sì, perché sin dagli albori dell'umanità l'uomo ha ballato, ha amato lasciarsi coinvolgere in un ritmo che lo riportasse al battito del cuore nel ventre della madre, al respiro regolare e sempre uguale a se stesso, al ritmo dell'alternanza tra il giorno e la notte. Tutto questo si sublima nel ritmo del corpo, ossessivo, ripetitivo e gratificante con il quale forgiamo un rapporto sessuale mimato, ritualizzato, spiritualizzato tra corpo e suono, tra movimento e musica.
E allora l'amore per il ballo, quello più sfrenato, meno controllato, liberatorio, provocante, sfacciato ed eversivo. Lasciarsi prendere, trascinare via da un battito atavico, senza fine. Un pulsare di vene, di fluidi, di sudore in un'armonia di muscoli e di articolazioni: movimenti che si fondono con lo spazio, ritmo che si fonde con il nostro cuore e ci riporta indietro, indietro...indietro di migliaia di anni fino all'origine stessa della nostra vita.